L’orologio biologico segna l’ora della primavera

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ciliege
E’ noto come, in ciascuno di noi, esista un personalissimo “orologio biologico” che gli fa richiesta, in particolari condizioni, di prodotti da mangiare. Ne nasce un bisogno, un desiderio, una voglia di ritornare a sapori conosciuti e a piatti “cardine” del proprio desiderio, secondo una ciclicità che è rispettosa del calendario!
Così si va alla ricerca, non appena arriva la primavera, di “dentb di leone”, di luppolo, di selene, di ogni erba spontanea che dai tempi dei Longobardi abbiamo incominciato a mangiare. E non solo si cercano erbe spontanee per squisiti risotti, paste, contorni, ma si va alla ricerca delle primizie (e di solito si ha una leggera delusione nei sapori ed un’altrettanta elevata delusione dei prezzi) dal fruttivendolo. Così ci troveremo piselli quando ancora i nostri hanno baccelli appena nati, asparagi che vengono dal Perù, ed una serie di frutti, dalle prugne di California alle pesche che non sono ancora fiori sulle nostre piante!
A dire il vero l’orologio biologico ci difende dalle stupidità del consumismo: è vero che per Natale ci troviamo dinanzi ciliegie ed angurie, ma non è frutta della quale sentiamo il bisogno e facilmente non ci facciamo abbindolare. L’orologio reclama arance e mandarini, frutta secca e radicchio di Treviso, unico, vivo, segnale del fatto che la terra continua a lavorare ed a produrre.
Poi, a primavera, la terra nasce di nuovo, da sempre, e da sempre il simbolismo di un fiore nel prato è foriero di ritorno alla vita, è speranza del fatto che il raccolto sta producendosi, garantendo, ancora una volta, il futuro.
Allora cerchiamo anche in pasti che potrei definire “della memoria” il ricordo di queste risorse indispensabili. Ristoratori si producono in serate gastronomiche ove risotti, paste, frittate, sughi ed intingoli con erbe spontanee la fanno da padrone. Cucina d’altri tempi, di sapori della nostra storia, di ricordi dell’inconscio e di bisogni dello spirito più che del fisico.
E’ chiaro che siamo spiazzati in quanto, il moderno mondo economico, ci produce, prima di tutto, il bisogno: così a febbraio ci fanno nascere il bisogno di mangiare asparagi e noi corriamo dal fruttivendolo che se li procura dall’altra parte del mondo e ce li ammannisce come una preludio di primavera. Tendiamo, quasi sempre, ad anticipare il bisogno (il che economicamente ci costa molto) a scapito del piacere, invece di attendere, a vantaggio del portafoglio, il tempo giusto.
E ci hanno tolto anche il peso della ricerca: il fruttivendolo ha, pronti, mazzetti di erbe di campo già cotte e pronte per l’uso. Prezzi? Un mio amico dichiara che certi negozianti dovrebbero aver scritto sulla insegna “Truffa e verdura” e non “Frutta e verdura”!
In un mondo completamente diverso, nel Seicento, il Cardinale Mazarino scrisse, nel suo Breviario dei Politici come si dovesse esaltare la superiorità dell’apparire nei confronti dell’essere, la supremazia della finzione. Mi pare che questo discorso si possa, in una certa misura, attagliare anche al nostro cercare cibi in anticipo rispetto al tempo della natura e del luogo.
Dobbiamo ora chiederci: è il fisico che reclama questi nuovi cibi? L’ho chiesto ad un amico medico e mi ha risposto che il corpo ha sempre bisogno di sali minerali, vitamine e tutto quanto è da considerarsi combustibile per fare andare la meravigliosa macchina che è l’uomo. Per cui non è proprio un bisogno del corpo quello che ci porta alla ricerca di erbe e quant’altro, in primavera. Sono migliaia di anni che l’uomo prende dalla natura ciò che gli serve per sopravvivere ed in modo ancestrale il cambiare delle stagioni gli fa reclamare i cibi del tempo. Se fossimo nell’Africa equatoriale per Natale probabilmente mangeremmo volentieri una fetta d’anguria tanto quanto la mangiamo da noi per Ferragosto!
Certamente il freddo dell’inverno invita ad uno spiedo, a carne con sughi molto forti, a minestre fumanti: la macchina ha bisogno di maggiori calorie per difendersi dal freddo. Ed è altrettanto vero che l’estate reclama il bisogno di dissetarsi e la frutta, tutta, è un poderoso dissetante.
Da quest’equilibrio del tempo e dei ricordi, da questi ancestrali bisogni e dalla voglia di nuovo che ci prende ad ogni cambiare di stagione il buono si associa al bene in un equilibrio che la natura ci dona in modo consapevole.
Ve lo ricordate Frate Lorenzo di Giulietta e Romeo che all’alba se ne va col suo cestino a cercare steli e fiori per la farmacopea e la cucina del convento? In una certa misura anche noi, tutti, siamo dei Frate Lorenzo, e cerchiamo dalla terra quei doni che la sapienza antica ci produce per ogni stagione.
Ogni erba che guarda in su ha la sua virtù”: siamo noi i migliori medici di noi stessi, basta volerlo!”

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