Al via il CinqueTerre FilmFest

Luca Natale Eventi, Senza categoria, Territorio Lascia un commentoA-   A=   A+

La prima edizione del Cinqueterre FilmFest si svolgerà dal 19 al 21 ottobre 2018 al Castello di Riomaggiore. Madrina dell’evento: la regista Giada Colagrande.

(Manarola Sede Parco, 11 Ottobre 2018) – A questa prima edizione sono stati inviati 102 film (cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi) da 4 continenti (Europa, America, Asia e Africa). Tra questi sono stati selezionati 40 lavori che saranno proiettati durante le giornate del festival. L’ingresso è gratuito.

CinqueTerre FilmFest unisce il fascino paesaggistico alla bellezza estetica e stilistica dell’arte cinematografica, in una cornice unica come quella del Parco Nazionale. L’iniziativa ha già raccolto, fin dalla sua prima edizione, il consenso di importanti nomi del cinema internazionale, personaggi e istituzioni che hanno colto l’originale connubio qui proposto, seguendo le differenti suggestioni del territorio, naturali e culturali.

Giungendo alle Cinque Terre, luogo di tante suggestioni visive, in cui lo sguardo si muove tra i paesi, il mare e le montagne, il festival racconterà in 3 serate come l’arte visiva abbia indagato il rapporto tra l’uomo e il suo habitat, attraverso differenti stili e modalità del linguaggio cinematografico.

Le tematiche del festival: Ambiente, natura e territorio – Borders: Confini reali, virtuali e immaginari – Diritti umani – Storie del mare – I 1000 volti dell’amore – Zeitgeist: lo spirito dei tempi – Visioni (corti sperimentali).

Il Festival ha ottenuto tra gli altri, il patrocinio del Parco Nazionale delle Cinque Terre, dei Comuni di Riomaggiore, Vernazza e Monterosso e della Regione Liguria.

GIURIA

Lorenzo Baraldi
Un pezzo di storia del cinema italiano. Lorenzo Baraldi (all’anagrafe Gianlorenzo Baraldi) è uno scenografo, costumista e produttore cinematografico italiano. Per il film “Il Marchese del Grillo” di Mario Monicelli ha ottenuto il Nastro d’argento alla migliore scenografia e il David di Donatello come migliore scenografo.

Lorenzo Baraldi ha studiato nella sezione di scenografia all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma e poi al corso di scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Già docente di scenografia all’Accademia di Belle Arti di Viterbo dal 1993 al 1995, al Centro Sperimentale di Cinematografia dal 1994 al 1995, all’Accademia di Costume e Moda di Roma dal 1995 al 1998, all’Associazione Scenografi Costumisti e Arredatori dal 1998 al 1999, all’Istituto europeo di design (IED) nell’anno accademico 2005-2006, e nei Campus per studenti d’arte del Sannio Film Festival negli anni 2008 e 2009. Ha tenuto una serie di lezioni-stage su scenografia e scenotecnica all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma nell’inverno 1996 e nel 2000-2001.
Baraldi ha curato le scenografie di vari film di Mario Monicelli, tra i quali “Le rose del deserto”, “Le due vite di Mattia Pascal”, “Bertoldo, Bertoldino e… Cacasenno”, “Amici miei” e “Amici miei – Atto II”, “Il marchese del Grillo”, “Temporale Rosy”, “Viaggio con Anita”, “Un borghese piccolo piccolo”, “Signore e signori, buonanotte”.

Baraldi ha anche lavorato con registi stranieri, come il francese Georges Lautner per il film “Le guignolo” (1980) e lo scozzese Michael Radford per il film “Il postino” (1994).

Baraldi ha una passione per la ricostruzione di ambienti storici. Per il film “Le rose del deserto” ha ricostruito l’accampamento di un reparto del corpo sanitario del Regio Esercito durante la Seconda Guerra Mondiale. Per il film “Il bell’Antonio” ha ricostruito molte ambientazioni della Catania dei primi anni ’60. Per la miniserie televisiva “La guerra è finita” ha ricostruito esterni e interni del secondo conflitto mondiale e del periodo fascista. Anche il film “Fuga sul Kenya” si svolge durante la Guerra. Per “I cavalieri che fecero l’impresa”, Lorenzo Baraldi ha ricostruito il Monastero di St. Denis nel 1272. Il film “Il postino” è ambientato nel 1952 in una piccola isola del Mediterraneo che ha dato asilo politico al poeta cileno Pablo Neruda, dove Baraldi ha per gran parte ricostruito un villaggio di pescatori, con tanto di scalinata per l’accesso alla spiaggia, e gli interni dell’ufficio postale del paese e dell’abitazione di Neruda.

Arianna Nastro
La principale attività di Arianna Nastro nel mondo del cinema è quella di attrice. Tra i lavori più interessanti possiamo citare la partecipazione nel film “La solitudine dei numeri primi” (2010) di Saverio Costanzo, dove ha interpretato la parte di Alice adolescente.

Nel 2013 ha interpretato uno dei ruoli principali nel cortometraggio “Il rigorista” di Max Miecchi, in cui ha riformato, con Vittorio Lomartire, la coppia protagonista del film di Costanzo.
Nel 2014 ha lavorato con Eugène Green per la realizzazione del film “La Sapienza” dove ha interpretato la parte di Lavinia. Per la TV ha interpretato un ruolo nella serie “Non uccidere”.

Claudio Colombo
Coautore e cosceneggiatore di “Padre” di Giada Colagrande. Il recente film “Padre” di Giada Colagrande, interpretato dalla stessa insieme a Willem Dafoe e Franco Battiato (nel ruolo del padre), mostra interessanti spunti di riflessione in un ottica di psicologia alchemica. La figura del Padre è un imponente archetipo dell’uomo insieme a quello della Madre che, come le due colonne poste nel vestibolo del tempio di Salomone (Il libro dei Re), Jachin (stabilità) e Boaz (forza), rappresentano i due pilastri su cui si costruisce il tempio dell’Uomo. Il padre, oltre al principio del maschile/forza, rappresenta anche qualcosa di più prospettico, in particolare la direzione, il moto e il possibile movimento ascendente dell’uomo. Il film parte dalla elaborazione della perdita del padre della protagonista (in parte autobiografica come la stessa regista mi ha confessato) al processo d’iniziazione della stessa. In particolare si procede dalla sofferenza emotiva della perdita alla necessità di esplorare e “contattare” gli oggetti ed i luoghi dello stesso padre come la sua libreria, il suo pianoforte, gli oggetti personali e le sue opere. Spicca tra queste il tema musicale “Luna indiana”, brano di squisita bellezza dello stesso Battiato, dall’album “L’era del cinghiale bianco”, che magicamente invita la protagonista ad essere eseguito al piano, pur non avendo la stessa dimestichezza con lo strumento o i suoi scritti, diretti ad un maestro ignoto, che ci regalano perle di saggezza ermetica, tratti nella realtà da “Lettere musulmane” del defunto alchimista italiano Paolo Lucarelli, discepolo di Canseliet.

Ma il filo del film verte sulla necessità di trovare un senso alla morte dello stesso (con allusioni ad un potenziale suicidio mai confermato) ed alla morte in genere. Tra risvolti psicologici di processi emotivi di maturazione di un lutto (rabbia, tristezza, frustrazione e forse un attaccamento irrisolto) e quelli di investigare il percorso di vita del padre, per dare un senso e una continuità alla sua presenza/assenza, la protagonista affronta il mistero della morte e indirettamente della vita. Le figure di contorno (amici, familiari, il suo terapeuta-medico) sembrano attendere senza intrusività la maturazione di un percorso, che passa dalla visione “fantasmatica” di notte della presenza del padre fino al suo incontro attraverso la mediazione soprannaturale (ma potrebbe essere simbolico di un transfert) dello stesso terapeuta. Un percorso parallelo di maturazione e individuazione del Sè, dove diventa necessaria la figura del padre come separazione e astrazione (coagula) come anche un percorso d’iniziazione ad una nuova conoscenza (come si fa intendere nella scena finale dove altri “ipotetici fratelli iniziatici” attendono il suo arrivo in un negozio di restauro, non casuale), a seconda che vogliamo preferire l’una all’altra lettura. Il tutto con piacevoli immagini di dipinti reali dello stesso Battiato, che illustra la protagonista stessa, scorci di una Roma a tratti tetra e decadente ed un bellissimo gattone che accompagna spesso la nostra nei momenti di solitudine.

La scena finale dove il Padre/Battiato attraverso il corpo del terapeuta (interpretato da Claudio Colombo, medico omeopata nella realtà, coautore del film) chiede “lasciami andare” alla figlia, rappresenta l’acme di una metafora di rinnovamento e nuovo inizio, che è la vita stessa, che attraverso la fine (che sia perdita reale, immaginifica o di contenuti concreti) si rigenera attraverso una contiguità naturale in un nuovo processo direzionale, un movimento apparentemente ciclico (fine-inizio) ma in una direzione ortogonale a quello dell’archetipo materno, una spinta appunto iniziatica verso l’alto e nuove mete. Oppure la scena più semplicemente ci rappresenta il ritorno dell’anima individuale a quella “Mundi”, dopo aver tracciato la via per la figlia e il suo mondo a venire, come solo un padre può fare….

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