CONTAMINATI DALLA RETE. A COLLOQUIO CON IL PROF. RUBEN RAZZANTE: COME RENDERE RICONOSCIBILE L’INFORMAZIONE DI QUALITA

Sara Colonna Pubblicazioni Lascia un commentoA-   A=   A+

 

Ruben-Razzante

 

Quel tempo liberato grazie alla dieta mediatica da riempire con la vita reale. La situazione è più o meno quella in cui di fronte alla buca dell’ultimo minuto, un appuntamento attesissimo e improvvisamente cancellato, siamo attoniti perché non sappiamo come riempire quel tassello vuoto in agenda. Che fare? Questo accade ai frequenti frequentatori dei social media che a causa di un black out digitale vedono scomparire Instagram, Facebook e WhatsApp dallo schermo del telefonino. Che fare senza like? Una soluzione eppure esiste: riempire il blackout digitale con un messaggio vocale fuori da WhatsApp e dentro la vita.

Di usi e abusi dell’era digitale è un grande esperto il prof. Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano e alla Lumsa di Roma, che in occasione dell’uscita della ottava edizione del suo Manuale di Diritto dell’informazione e della comunicazione, ha voluto sintetizzare concetti e responsabilità che dobbiamo avere nel cercare di sviluppare un corretto rapporto con la Rete. Dal quale passa anche la nostra salute.

Professore come sta attualmente l’informazione in Italia?

“La risposta non può che essere articolata perché i nodi da sciogliere sono tanti e i temi da discutere molteplici. Si può innanzitutto dire che nelle diete mediatiche degli italiani la Rete ha un ruolo sempre maggiore, ma al contempo è dimostrato che i media tradizionali vengono ancora scelti da una quantità rilevante di cittadini. Questo fa ben sperare in termini di pluralismo dei mezzi, e fa capire quanto il contesto nel nostro Paese sia multimediale. Ci sono ancora delle oasi felici che riguardano l’editoria cartacea (poche ma ci sono) e permangono livelli elevati di pubblico televisivo. Detto questo, la sfida dei prossimi anni è quella di integrare ancora di più la Rete con gli altri strumenti, di mettere ordine in una filiera di produzione e distribuzione delle notizie sempre più caotica, anche perché non ci sono regole chiare che disciplinino il ruolo dei cosiddetti colossi del Web”.

E’ fondamentale la funzione di filtro demandata al giornalista. Funzione che ha molto a che fare anche con l’informazione on line, dove spesso si ravvisano pericoli per i cittadini quanto alla corretta informazione. Senza contare i rischi legati al tipo di strumento utilizzato. Non trova?

“I filtri in Rete sono importantissimi. Il problema è la condivisione dei contenuti prodotti sul Web e sui siti sorgente. I siti sorgente mostrano spesso di essere ispirati a criteri professionali, filtrando dal punto di vista deontologico e della qualità dell’informazione i contenuti da pubblicare. Nei motori di ricerca però si riversa una quantità indistinta e indefinita di contenuti che si mischiano tra di loro. L’utente dunque nella sua navigazione si imbatte in contenuti qualitativamente validi in quanto prodotti da giornalisti professionisti o pubblicisti, vincolati al rispetto della deontologia professionale, ma anche in contenuti prodotti da avventurieri e a volte da sciacalli. Alla fine la selezione e i filtri sono affidati al sano discernimento degli utenti, che devono essere scaltri nello scansare le cosiddette fake news. E’ chiaro che si può fare molto sul piano dell’autoregolamentazione degli operatori, anche dei provider, così come sul piano della predisposizione di filtri tecnologici. Si potrebbe nel prossimo futuro ragionare anche su come implementare i filtri a proposito di fake news o comunque di notizie che non dovrebbero circolare perché disinformano”.

Quali le urgenze da affrontare secondo lei?

“L’emergenza fake news, ancor più se collegata ai rischi di manipolazioni delle campagne elettorali, ha riproposto all’attenzione delle forze politiche e dell’opinione pubblica il tema della qualità dell’informazione. Di qui la necessità di rendere riconoscibile, anche in Rete, l’informazione di qualità prodotta professionalmente e nel segno della trasparenza, della correttezza e della verità dei fatti. Andrebbero inoltre rivisti i meccanismi di accesso alla professione giornalistica, proprio in ragione dell’espansione del giornalismo digitale, che richiede competenze nuove e che segue binari non esattamente sovrapponibili a quelli degli altri “giornalismi”. Soltanto dopo aver sciolto il nodo dell’identità professionale di chi fa informazione, e quindi della sopravvivenza o meno dell’Ordine dei giornalisti, si potranno affrontare le altre questioni legate al sostegno finanziario alle testate giornalistiche, agli incentivi alle start up del settore editoriale e al ruolo dei giganti del web nella promozione dell’informazione di qualità”.

Com’è il futuro dell’informazione libera in Italia?

“Nel nostro Paese risulta sempre molto difficile affrontare con serenità il tema della qualità dell’informazione e del diritto dei cittadini di ricevere notizie corrette, equilibrate e imparziali. La radicalizzazione dello scontro tra politica e operatori dell’informazione ha origini lontane e finisce sempre per ritorcersi contro il cittadino-utente, che fa fatica a districarsi nel ginepraio di accuse, recriminazioni, rivendicazioni dell’una e dell’altra parte. L’editoria potrà risalire la china soltanto individuando nuovi modelli di business in grado di premiare e valorizzare l’informazione di qualità, in una logica inclusiva e realmente democratica, al riparo da faziosità e istinti di vendetta”.

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